Ore 17,59.

Cʼerano le prime ore della sera e cʼerano ambulanze che sfrecciavano impazzite verso lʼospedale. Noi ragazzi eravamo insieme come al solito, in una di quelle giornate pre-estive, che solo la Sicilia sa’ offrire. Noi. Giovani e perplessi. Noi, sempre a 100 passi da un lavoro che ci desse unʼaspettativa di vita migliore, ci scrutavamo negli occhi, cercando di rimanere distaccati da tutta quella morte che aleggiava nella nostra meravigliosa città. Volevamo solo stare insieme, forse non intendevamo riflettere, non intendevamo accettare di far parte di quella irrimedibile realtà siciliana. Quella sera però intuimmo il dolore, il lutto di una ferita tanto grande che non si sarebbe mai più riemarginata. Tutto intorno a noi era pura follia. Tutto accadeva davanti ai nostri giovani, ma già stanchi e dimessi occhi al cospetto di tale violenza. Le volanti correvano impazzite alla ricerca di un punto fermo in quellʼinferno di tristezza e disperazione, che in quel momento era la città di Palermo. Per noi, il suono di una sirena, il colpo di una pistola o un cadavere eccellente erano immessi nella nostra vita come pane quotidiano, come il ripetersi di un omelia, e poi tanto, come dicevano i vecchi seduti al bar che andava tutto bene, che noi avevamo il sole, il mare, gli amici, le ragazze, le feste. Ma da quel giorno, il penultimo di tanti altri simili, tali ma seppur necessarie frivolezze mondane, assunsero un sapore diverso, amaro come un calice di terrore e angoscia destinato allo scuotimento delle coscienze, almeno così credevamo. Andammo in un pub, uno di quelli allʼamericana tanto di moda alʼepoca, di quelli che servivano sandwich giganti con mostarda e coca cola o panini fatti su misura, stracolmi di finte patate fritte. Avevamo tutti 20 anni, chi più chi meno. Sedemmo ad un tavolo e cominciammo a parlare a bassa voce, cercando di evitare le immagini scioccanti che la televisione trasmetteva in diretta, da quel frammento di autostrada sconquassato dalla morte. Non era facile ingoiare il boccone questa volta. Quelle immagini distrussero tutto quello che ancora voleva restare integro in noi, una seppur minima speranza che qualcosa poteva cambiare, anche se le lotta diveniva aspra ogni giorno di più. Era la nostra vita in quegli istanti, eravamo morti e rinati ancora una volta, mentre una voragine di devastazione e disperazione avanzava fagocitando tutto, emozioni, gioia , sentimenti, dolore, paura, angoscia, nella città di Palermo. Erano le 17,59 del 23 maggio 1992 sull’autostrada Capaci -Palermo.