Mentre mi trovavo nei pressi di Rimini, muovendo in auto verso San Marino, intravedo dalla statale uno spazio con degli aerei parcheggiati in bella vista. Leggo velocemente, “Museo dell’aria” incuriosito, ( oltretutto sono affascinato dalle strutture volanti di ogni tipo),decido di recarmi al museo. Stiamo parlando di quasi 10 anni fa. Allora avevo una D70 di cui mi sentivo fiero. Ma se il fine della fotografia è raccontare qualcosa, di sicuro, ero ben lontano dal farlo in quel momento, tant’è che ci sono voluti ben 8 anni, per capire queste immagini. Se è vero che le foto devono svilupparsi nel tempo, è altrettanto vero che questo dipende dalla nostra maturità nell’osservare e ritrasmettere nel codice fotografico.

In questo caso, mi trovavo di fronte a icone della deterrenza della pace. Che strano ossimoro. Macchine volanti da guerra a mantenimento della pace. Adesso qui, divenute un circo di ruggine sotto quel cielo che una volta era il loro regno, sembrano angeli decaduti che, lottano per la sopravvivenza quotidiana, contro le intemperie del tempo.

Non volevo staccarle dal panorama, anzi, un diaframma chiuso mi ha dato modo di inserirle in tutto il contesto. Ogni immagine là si può definire una ” veduta aerea ” , ma non mi è stato facile fotografare una cosa così ” glaciale”.

Ok, forse tornerò a fotografarli per cercare di avere una nuova prospettiva, ma in quel momento, l’unico pensiero che albergava nella mia mente, era che mi fossi circondato di morte. Forse, il fine fotografico era questo. Raccontare la morte sospesa, gelida, presente, impassibile, senza tempo.

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” Se c’e un aspetto che amo della fotografia, è il poter guardare le persone cercando di scovare lo zero fotografico che è in ognuno di noi. Un difficile incontro tra soggetto, oggetto e operatore, finché non crollano le barriere egosintoniche e si instaura una profonda relazione. Ogni fotografia è una personale realtà, indica il luogo e il tempo del mio passaggio, una finestra sui miei occhi, ma non verità assoluta proprio perché ognuno, è autore della propria”

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