Erano i paesaggi dell’alba di cui andavo a caccia, che mi portarono al compromesso. Fotografare grandi navi da guerra in partenza per la fottuta propaganda di stato. Non mi piaceva, ma mi dava da mangiare. Cosa erano quelle immagini? ogni lastra era come un documento funebre congelato prima del tempo. Ma Tutta questa morte mi dava da mangiare, ripetevo a me stesso. Lavorare per il Governo era comodo. Avevo tutto, lastre e materiali di vario genere non sarebbero mai mancati. Le navi, le navi all’alba prima di uno scontro. Dovevo fotografare solo questo.

Tutte le navi che sfilavano davanti al mio obbiettivo, avevano il mio codice d’identificazione, affinché mi riconoscessero e compiessero un bel volo per una buona inquadratura. Due o tre scatti e poi via, in attesa della prossima nave. Sempre dallo stesso punto, dall’altura che guarda verso i satelliti del nostro mondo. Eccola che arriva, Scatto! Scatto! Scatto! questa era l’ultima. Anche per oggi è andata. Posso tornare a casa, tra i paesaggi di casa mia, tra le lastre che compongono tutti i muri della mia abitazione. Tra i miei sogni di un mondo di bellezza. Fino alla prossima alba.

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” Se c’e un aspetto che amo della fotografia, è il poter guardare le persone cercando di scovare lo zero fotografico che è in ognuno di noi. Un difficile incontro tra soggetto, oggetto e operatore, finché non crollano le barriere egosintoniche e si instaura una profonda relazione. Ogni fotografia è una personale realtà, indica il luogo e il tempo del mio passaggio, una finestra sui miei occhi, ma non verità assoluta proprio perché ognuno, è autore della propria”

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