Chi è cresciuto nei 70th non può non ricordare tale serie sci-fi. Io ovviamente, la vidi alla fine dei 70 e ne rimasi affascinato. Forse perché sin da piccolo, ero stregato dalle stelle e dall’idea di poter viaggiare nello spazio. Di sicuro, la serie non ha bisogno di presentazioni, quindi, intendo solo ritornare a quel periodo per qualche istante, quando mi perdevo tra i dischi volanti dal suono inquietante e le attillate divise del personale femminile di SHADO. In fondo era il periodo d’oro British, in cui musica, moda, cinema e tv erano avanti anni luce! Comunque sia, la serie fu ideata da Gerry e Sylvia Anderson, gli stessi che in seguito crearono “Spazio 1999” e che precedentemente, lavorarono con le marionette su un altro paio di programmi. Una notevole differenza con altre serie o film odierni, e che in SHADO, non si è mai capito chi fossero realmente gli alieni, almeno io non ci sono mai riuscito, e questo secondo me, ha dato un impatto psicologico interessante. Come nell’Eternauta, i veri invasori non si sveleranno mai e rimane la paura e l’angoscia che qualcosa di peggiore e oscuro debba ancora arrivare. Ogni tanto riguardo qualche puntata e, con gli occhi e la consapevolezza sulla tecnologia odiern, mi viene un po’ da ridere però per l’epoca, con pochi mezzi ed un paio di modelli, Gerry e sylvia erano riusciti a dare vita a un bel progetto che oggi, possiede un fascino alquanto vintage. A voi la sigla. Alla prossima.

In un futuro non troppo lontano, la Terra subisce incursioni da parte di alieni che on si vedranno mai. Dal 1970 le autorità politiche e militari acquisiscono le prime prove certe delle incursioni degli extraterrestri, viene istituita un’organizzazione militare segreta: la SHADO (Supreme Headquarters Alien Defence Organisation, Comando supremo dell’organizzazione di difesa contro gli extraterrestri), nascosto tra i meandri di una csa di produzione cinematografica.

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” Se c’e un aspetto che amo della fotografia, è l'incontro, e il poter guardare le persone cercando di scovare lo zero fotografico che è in ognuno di noi. Un difficile incontro tra soggetto, oggetto e operatore, finché non crollano le barriere egosintoniche e si instaura una profonda relazione. Ogni fotografia è una personale realtà, indica il luogo e il tempo del mio passaggio, una finestra sui miei occhi, ma non verità assoluta proprio perché ognuno, è autore della propria”

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