Un sferzata di forte vento sul mio volto  è il preludio di una giornata impetuosa qui, nell’isola di Amorgos. Da Katapola sul mare, in sella ad una vecchia XT la strada è lunga verso l’interno e la terra è arsa dal sole di mezzogiorno. Attraverso paesaggi aspri e bucolici spazzati dal vento e dall’aria salmastra. Ho sete e faccio tappa in una specie di Market, unico frammento di vita in questa landa sperduta. Un anziano signore dalla faccia allegra che parla solo greco, con gesti calmi e gentili mi offre un caffè, dopo aver comprato acqua e qualcosa da stuzzicare nel suo piccolo modo. Vorrei fargli delle domande, ma purtroppo non parla nemmeno inglese e quindi gli chiedo se posso fargli una foto, lui accetta sorridente. Riprendo il mio viaggio, la XT seppur malmessa è un mulo, e su queste strade e ciò che si può sperare di avere. Sono arrivato a destinazione. Adesso proseguo a piedi su ciò che rimane di un antica strada che porta alle rovine dell’antico complesso di Arkesini a Kastri, i movimenti sono lenti, causa anche il peso dello zaino fotografico che porto sulle spalle, e che influisce sul mio equilibrio, in questa trazziera fatta di sassi, rovi e terra di un colore rosso in forte contrasto con il blu profondo del cielo e del mare. Il sudore brucia i miei occhi e il mio volto, per fortuna indosso un cappello a falde larghe che mi evita una probabile scottatura, visto che non possiedo più molti capelli. L’idea di visitare questo tratto di isola in un ora così difficile mi sembra folle, ma appena arrivo in cima ai tetti del complesso, la brezza proveniente dal mare inebria e rilassa la mia mente e i miei occhi. Sembra quasi che il mare stesso mi stia coccolando, come a premio delle mie fatiche. L’impatto visivo è indescrivibile:  Il blu riempie e circonda tutto, come se vi fosse un unico orizzonte infinito e ogni cosa è illuminata. Sotto di me il mare sulla costa splende, nei suoi colori di verde smeraldo. Il vento soffia. Da quassù il monte Moundulia alla mia destra, un tempo sede della reggia di Minosse, ove ancora oggi è possibile visitarne i resti, mi scruta con tutto il proprio carico di memorie. La discesa dal complesso è un’altra prova da superare. Il respiro si fa affannoso, ma continuo a ridere della folle idea di giocare all’esploratore solitario in queste ore del giorno. Malgrado tutto, non sono stanco e decido di raggiungere  il famoso relitto del film di Luc Besson ” Le Graund Bleu” che come un’immagine senza tempo, attende il suo destino tra i frangiflutti di una piccola baia. Sul tragitto incontro un pastore, che senza nessun problema, si fa fotografare con una delle sue capre. Ci salutiamo e io proseguo verso il relitto. E’ un  frammento del passato tanto affascinante quanto angoscioso. Immobile, la sua vita è scandita dal tempo della risacca. Per arrivare ad un paio di metri dal relitto, bisogna andare giù per un sentiero fatto di rovi e sassi ed un pò di spazzatura. L’anima aspra dell’isola si manifesta in ogni istante e luogo. Pochi infiniti attimi, io e il relitto.  Scatto un paio di foto prima di rientrare e dirigermi verso il monastero scavato nella roccia di Houzoviotissa.

” iMonastero di Hozoviotissa il secondo più antico di tutta la Grecia e la sua costruzione risale al 1088.
Si narra che l’edificio fu costruito in onore della Vergine Maria, la cui icona sacra del 812, salvata dalla distruzione durante la guerra delle icone, arrivò fino a qui dalla Palestina a bordo di una barca con alcuni monaci. Quando la notizia giunse a Costantinopoli, l’imperatore Alessio I Comneno ordinò la costruzione del Monastero nella roccia antistante al punto dove fu ritrovata.”

Attraversando l’isola per l’unica strada che unisce Nord e Sud, ci si imbatte in panorami lunari fatti di rottami di ogni genere, soprattutto vecchie auto o furgoni dalla forma strana. Mi fermo spesso per scattare qualche foto. Il mare comincia ad incresparsi sotto il soffio del Meltemi, e quando arrivo ai piedi del monastero si ha l’impressione di essere catapultati in un tempo lontano. Il vento diviene sempre più  forte, e il crepuscolo sembra avvolgere tutto rapidamente. Improvvisamente un falco, sbucato velocemente dal nulla comincia a volteggiare sulla mia testa, alternando folli picchiate a potenti cabrate in quel vento impetuoso ed ululante.  I versi del volatile, sferzano l’aria ed annunciano la mia presenza a qualcuno. Un qualcuno senza volto che da luce ad una stanza del monastero. Il falco deve essere una specie di guardiano a sicurezza dei monaci, perché appena mi allontano, svanisce alla stessa velocità con la quale è arrivato. La stanza lassù diviene nuovamente buia. Riprendo la strada verso la Chora, il vento qui è lieve, ma la capitale è avvolta in un banco di nebbia che avanza verso di me e mi avvolge. Al crepuscolo l’aria tiepida si è trasformata in umida, mentre la nebbia diviene talmente fitta da non riuscire a vedere ad un metro. La situazione mi riporta alla scena di un vecchio film ( the fog – john Carpenter) in cui un gruppo di anime di pirati, dannate per l’eternità, erano precedute da un fitto banco di nebbia. Comunque sia , dopo 5 minuti di profondo silenzio la nebbia svanisce lasciandosi dietro un cielo stellare Quante anime possiede quest’isola?  Mi addentro tra i vicoli della Chora brulicanti di vita e di buon umore. Tra ristorantini in stile cicladico, e piccoli pub dove gustare del buon raki e degli ottimi pistacchi. Mi fermo a parlare con qualcuno del luogo, in un misto di lingue tra italiano, inglese e greco. Le genti che incontro hanno sempre un sorriso e sguardi vividi e profondi , e si lasciano fotografare, forse intuiscono che non sono un semplice turista, ma che mi piace vivere l’anima dei luoghi che visito tramite l’incontro.  Tornando verso katapola dopo una giornata estenuante, mi fermo un istante ad osservare la baia dall’alto. Amorgos è una perla rara e selvaggia nell’Egeo. Amorgos è un’isola in cui l’uomo può riprendersi il proprio tempo, un luogo in cui anche i tralicci aggrovigliati, le cappelle votive sparse un pò ovunque, e i rottami che si incontrano per strada, hanno qualcosa da da raccontare. Qualunque cosa pensiate di fare ad Amorgos, siate come delfini nell’immenso blu…

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” Se c’e un aspetto che amo della fotografia, è l'incontro, e il poter guardare le persone cercando di scovare lo zero fotografico che è in ognuno di noi. Un difficile incontro tra soggetto, oggetto e operatore, finché non crollano le barriere egosintoniche e si instaura una profonda relazione. Ogni fotografia è una personale realtà, indica il luogo e il tempo del mio passaggio, una finestra sui miei occhi, ma non verità assoluta proprio perché ognuno, è autore della propria”

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