Quel ritratto che ti guarda dentro

NOn sono un critico cinematografico ( a ognuno il proprio ) ma amo raccontare dei miei :(punti di riferimento?, maestri ?) chiamateli come volete.

Cupo, oscuro cinico e silenziosamente violento, nichilista? forse, lento ma con una potente necessità di redenzione.

Il cinema di Kitano mi ha sempre affascinato. La sua fotografia, fatta di primi piani sui personaggi dalla sguardo profondo e diretto in macchina fino ad entrarti dentro e di campi lunghi, strade e interni sterili e vuoti il cui silenzio è un bisbiglio assordante. Un cinema che non è ridondante dei soliti e gloriosi eroi americani. Kitano si prende il tempo di deridere la morte, seppur tragica e ineluttabile. Ho sempre visto Takeshi come l’antitesi al Columbo americano, ( di cui tra l’altro sono fan esagerato ). Grottesco, spietato, sempre in bilico tra bene e male, antieroe decaduto e sconfitto ma inesorabile nel portare a termine il proprio compito. Ma un altro aspetto interessante dei suoi film a sfondo criminale, sono il suo legame con l’arte, la pittura, i fiori e il mare. Fattori necessari per sanare quelle fasi di violento silenzio di sguardi difficili da sostenere, rotti solamente tramite colpi di pistola. Io Credo che questa visione del cinema la si possa rintracciare nella vita stessa di Kitano. Nato come cabarettista, la sua intenzione è sempre stata quella di far ridere la gente ( Mai dire Banzai – Takeshi’s castle ) ma l’infanzia tra quartieri malfamati, yakuza, e un padre violento e alcolizzato, hanno dato origine al suo modo di vedere e raccontare, attraverso il cinema, la propria necessità di rinascita.

Mi mancano gli ultimi film, dopo Zatoichi, che ho trovato immenso, sono rrivato al primo ” Outrage ” Non so se li vedrò. Magari sul prossimo articolo parlo di Columbo! alla prossima

Informazioni sull'autore

” Se c’e un aspetto che amo della fotografia, è l'incontro, e il poter guardare le persone cercando di scovare lo zero fotografico che è in ognuno di noi. Un difficile incontro tra soggetto, oggetto e operatore, finché non crollano le barriere egosintoniche e si instaura una profonda relazione. Ogni fotografia è una personale realtà, indica il luogo e il tempo del mio passaggio, una finestra sui miei occhi, ma non verità assoluta proprio perché ognuno, è autore della propria”

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