Per qualche strano motivo, mi è venuto automatico generare un progetto su questo difficile periodo, suddividendolo inconsapevolmente in 3 parti. Estraneamento – Assenza e degradazione e adesso, ritratti distanziati a volto coperto. Succede che si inizi un progetto fotografico, per poi aprire nuove vie in fase di sviluppo. La fotografia è così, mille strade da percorrere. Nei giorni passati mi sono chiesto più volte, come sarei andato avanti sul progetto dopo aver sviluppato l’assenza della dinamicità della vita causa virus. Fatto sta, che nelle ultime 24 ore ho avuto modo di cominciare a fotografare la gente ( amici e sconosciuti ) in modalità ritratto, cercando di capire come la persone vivono la percezione di una parte del proprio volto, nascosto al mondo. CI sto ancora lavorando. Queste le prime immagini. Se un virus non fa distinzioni etniche, la stessa cosa dicasi per qualcosa che cela una parte del nostro volto, quella atta alla funzione verbale. La mascherina ci toglie il colore e la modulazione del tono, le differenze insite in ognuno di noi e così diveniamo afoni. Ma Il lavoro continua.

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” Se c’e un aspetto che amo della fotografia, è l'incontro, e il poter guardare le persone cercando di scovare lo zero fotografico che è in ognuno di noi. Un difficile incontro tra soggetto, oggetto e operatore, finché non crollano le barriere egosintoniche e si instaura una profonda relazione. Ogni fotografia è una personale realtà, indica il luogo e il tempo del mio passaggio, una finestra sui miei occhi, ma non verità assoluta proprio perché ognuno, è autore della propria”

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