Cʼerano le prime ore della sera e cʼerano ambulanze che sfrecciavano impazzite verso lʼospedale. Noi ragazzi eravamo insieme come al solito, in una di quelle giornate pre-estive come solo la Sicilia sa’ offrire. Noi giovani e perplessi. Noi, sempre a 100 passi da un lavoro che ci desse una degna aspettativa di vita, ci scrutavamo negli occhi cercando di rimanere distaccati da tutta quella morte che aleggiava nella nostra meravigliosa e fottuta città. Volevamo solo stare insieme, forse non intendevamo riflettere o semplicemente non volevamo accettare di far parte di quella irrimedibile cazzo di realtà siciliana. Quella sera però intuimmo il dolore, il lutto di una ferita tanto grande che non si sarebbe mai più riemarginata. Tutto intorno a noi era solo una cazzo di atroce follia. Le volanti correvano impazzite alla ricerca di un punto fermo in quellʼinferno di tristezza e disperazione, in cui era immersa la città di Palermo. Per noi, il suono di una sirena, il colpo di una pistola o un cadavere eccellente erano immessi nella nostra vita come pane quotidiano, come il ripetersi di un omelia, e poi tanto come dicevano i vecchi seduti al bar che andava tutto bene, che c’era il sole, il mare, gli amici, ù sticchiu, i fistini. Ma da quel giorno, il penultimo di tanti altri simili, tali aspetti assunsero un sapore diverso, amaro tanto quanto un calice colmo fino all’orlo di terrore e angoscia. Io e i miei amici ci recammo in un pub, uno di quelli allʼamericana tanto di moda allʼepoca, che servivano sandwich giganti con mostarda e coca cola o panini fatti su misura stracolmi di finte patate fritte. Avevamo tutti 20 anni, chi più chi meno. Il pub era pieno ma c’era qualcosa di diverso. La gente non rideva. Sembravano tutti immersi nei propri pensieri, isolati dal tutto. Sedemmo a un tavolo e cominciammo a parlare a bassa voce, cercando di evitare di guardare le immagini che una televisione posta su un lato del bancone, trasmetteva in diretta da quel frammento di autostrada sconquassato dalla morte. Non era facile ingoiare il boccone questa volta. Quelle immagini così potenti, distrussero tutto quello che ancora voleva restare integro in noi. Una seppur minima speranza che qualcosa poteva cambiare, anche se la lotta diveniva aspra ogni giorno di più. Era la nostra vita. In quegli istanti eravamo morti e rinati ancora una volta, mentre una voragine di devastazione e disperazione avanzava fagocitando tutto, emozioni, gioia , sentimenti, dolore, paura, angoscia. Erano le 17:57 del 23 maggio 1992 sull’autostrada A29 Capaci -Palermo.

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” Se c’e un aspetto che amo della fotografia, è l'incontro, e il poter guardare le persone cercando di scovare lo zero fotografico che è in ognuno di noi. Un difficile incontro tra soggetto, oggetto e operatore, finché non crollano le barriere egosintoniche e si instaura una profonda relazione. Ogni fotografia è una personale realtà, indica il luogo e il tempo del mio passaggio, una finestra sui miei occhi, ma non verità assoluta proprio perché ognuno, è autore della propria”

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